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Le
testimonianze di un'ininterrotta frequentazione umana della
zona di Montelupo e delle aree viciniori (il Montalbano,
la Bassa Val di Pesa, l'Empolese), assai precocemente antropizzate,
sono in evidente connessione con la peculiarità geografica
di questo territorio: una sorta di crocevia tra i crinali
collinari che si elevano sulle pianure pisana e fiorentina,
e la maggiore via d'acqua della Toscana, per tramite della
quale questi spazi vengono in contatto con il mare. Il ponte
naturale rappresentato dalla catena del Montalbano, tagliata
ad occidente del corso dell' Amo proprio in faccia all'abitato
di Montelupo ed a quel lo di Capraia, che specularmente
si innalza sulla sponda opposta del fiume, e, verso oriente,
la zona di Camaioni -Artimino la stretta della Golfolina,
e le colline di Gangalandi-Signa, hanno in effetti rappresentato
per le comunicazioni terrestri, sin dalla più remota
antichità, una delle direttrici di maggiore importanza
per l'attraversamento del fiume e per i contatti tra le
aree della Toscana centrale e meridionale
ed il mondo appenninico. La valle del torrente Pesa che
s'incunea tra i dolci rilievi dell 'interno, funge, al
pari
di altri corsi d'acqua che si gettano in Amo, come l'Era
e l'Elsa, ad essa collegati nella zona tra Chianti e territorio
Volterrano, da ulteriore direttrice d'accesso. Le tracce
più antiche della presenza umana in questo territorio
possono attualmente esser fatte risalire alla glaciazione
rissiana, nell'arco cronologico, cioè, compreso tra
i 220 ed i 120 mila anni dal presente. Le industrie litiche
attribuibili a questa fase, tutte al momento attestate sui
terrazzi fluviali del pesa, sono caratterizzate, per quanto
rilevato tramite ricerche sistematiche di superficie, dalla
presenza di strumenti su scheggia cui possono essere associati,
pur in assenza di bifacciali, manufatti su ciottolo. A queste
prime stazioni all'aperto ne seguono altre collocate in
prevalenza su punti relativamente elevati della valle dell'
Amo, riferibili ad un momento avanzato dell'Acheuleano,
le quali sono marcate dalla presenza di bifacciali (spesso
contraddistinti da ridotte dimensioni), associati ad abbondante
industria su scheggia. La più nota tra queste stazioni
è quella di Petrognano, vasto terrazzo collocato
in posizione dominante tra Arno e' Pesa. Una forte espansione
numerica dei siti, spesso però caratterizzati da
restituzioni di più modesta entità, contraddistingue
le culture musteriane del Paleolitico medio, le cui tracce
si fanno molto estese lungo lo spartiacque tra i torrenti
Vingone e Pesa. Grandissima, poi, è la diffusione
delle industrie del Paleolitico Superiore, da quella Uluzziana
al Protoaurignaziano ed Aurignaziano, rinvenute in stazioni
sparse lungo tutta l'area del Valdamo e della VaI di Pesa;
ad esse si aggiungono le forti concentrazioni coeve rilevate
in territorio fucecchiese. Oltre la cesure sinora rappresentata
dalla mancanza di testimonianze certe del Gravettiano, l'Epigravettiano
è presente nell'area con un'importante documentazione
di scavo, riferibile ad abitato in capanna, per il periodo
più antico (circa 16 mila anni dal presente) e finale
(circa 10 mila anni) da insediamenti del Montalbano (rispettivamente
in località Poggio alla Malva e Pianali). Il Mesolitico,
infine, nelle sue fasi iniziali di cultura Sauveterriana
(circa 8.500 -8.000 anni dal presente) è ampiamente
documentato dallo scavo di Sammartina di Fucecchio, l'unico
chesinora abbia potuto testimoniare in zona una tale presenza
in giaciture esplorabili con metodo archeologico. Un'altra
interruzione nella documentazione archeologica dell'area
riguarda il Neolitico, periodo al quale possono essere riferiti
singoli manufatti (cuspidi di freccia, strumenti e nuclei
di ossidiana, etc.), rinvenuti però al di fuori di
contesti significativi. Alle numerose presenze preistoriche
seguono le tracce, sporadiche, ma non meno importanti, della
frequentazione protostorica, con le sepolture del tardo
Eneolitico (cultura di Rinaldone della seconda fase) di
S. Quirico in Collina di Montespertoli e dell'Età
del Bronzo, attestata tramite manufatti metallici privi
di contesto di appartenenza che ne marcano tutto l'arco
cronologico, sino alla fase finale testimoniata dall'ascia
ad alette da Sammontana di Montelupo. Recuperi effettuati
negli anni'60 hanno tuttavia documentato tracce di un'abitato
strutturato in almeno tre capanne risalenti alla fase appenninica
del Bronzo Medio (1400 -1300 a.C.; circa) in località
Migliorati di Stabbia, nei pressi di Cerreto Guidi, sito
da cui provengono una serie di scodelloni troncoconici e
da pareti carenate con applicazioni abugna, oltre che ciotole
e bicchieri d'impasto. Al periodo finale dell'Età
del Bronzo,in una fase che ormai si confonde con il Villanoviano,
risalgono invece le importanti testimonianze di strutture
abitative venute recentemente in luce (1988) nei pressi
di Bibbiani di Limite. Pur essendo ancora prematura ogni
classificazione dell'inse diamento, esplorato solo in ambiti
marginali, che non possono fornire testimonianza probante
della diacronia interna alla vita dell'abitato, le restituzioni
archeologiche sin qui acquisite attestano per quest'età il legame
culturale del nostro territorio con le aree dell' Alto
Lazio,
non distaccandosi, d'altronde, dalla jacies protovillanoviana
oltreappenninica. L 'Età Etrusca segna un momento
di particolare evoluzione della presenza umana nell'area,
che sembra incentrarsi nella sua prima fase (fine VIIl-VII
secolo a.C.); soprattutto sul sito di Artimino, posto sulla
riva destra dell' Arno, ove vanno documentandosi con sempre
maggiore precisione le vestigia di unimportante centro urbano,
con sepolture monumentali, le quali hanno restituito reperti
di grande pregio, a testimonianza del ricco artigianato
locale e degli scambi che quest'area intratteneva, tramite
gli empori tirrenici, con l'Oriente mediterraneo. In epoca
orientalizzante ed arcaica sembrano prevalere ancora i percorsi
terrestri nel mantenimento dei legami, che abbiamo già
visto operanti nel periodo protovillanoviano, con i centri
della Toscana meridionale e dell' Alto Lazio ; in assenza
di documentazione archeologica relativa agli abitanti, è
la collocazione dei monumenti funerari, incentrati sul tipo
di tomba a tholos, con falsa volta sul pilastro centrale,
e dei cinerari del genere a ziro cordonato, a marcare questa
diffusione del popolamento che unisce i centri del Valdarno
(Quinto Fiorentino, Artimino) alla VaI di Pesa, Valdelsa
e Valdera, con ritrovamenti che si addensano nella zona
di S.Casciano, Barberino, Monteriggioni e, tramite il Volterrano,
si connettono alla Val di Cecina (Casaglia e Casale Marittimo),
che in questo periodo appare area di accesso privilegiata
per gli scambi con i territori etruschi meridionali. Il
ritrovamento avvenuto nel 1982, dei resti di una piccola
necropoli orientalizzante in località Poggio Carbone
di Ginestra Fiorentina ha permesso di collegare la bassa
vallata del Pesa con gli identici materiali venuti in luce
sulla sponda destra dell' Amo (vedi in particolare il tumulo
di Montefortini di Comeana), avvicinandoli a quelli coevi
di Bibbione e Calzaiolo di S. Casciano e di Palastreto
di
Barberino d'Elsa. I
reperti di Poggio Carbone appartenevano a quattro o cinque
sepolture diverse, del tipo a pozzetto, con deposizione
in ziro dei resti incinerati dei defunti. Nei corredi troviamo
fibule in bronzo e ferro, collane con vaghi in ambra ed
osso, ceramiche d'impasto color cuoio, foggiate "a
colombino" e costruite mediante pezzi separati, poi
assemblati praticandovi incassi ed intagli successivamente
saldati con la barbottina. Se ben poco può dirsi
dell'arcaismo etrusco, visto che la documentazione archeologica
di quest'epoca è assai meno consistente di quella
del periodo anteriore, possiamo comunque affermare che con
il V secolo a C. mutano I sensibilmente le coordinate che
avevano presieduto al popolamento della nostra area, in
quanto le testimonianze archeologiche sembrano attestare
in quest'epoca un forte sviluppo della navigazione fluviale
dell' Amo, probabilmente da mettere in relazione con i fenomeni
di sinecismo e di accrescimento dei centri abitati. Maggiori
esigenze di rifornimento alimentare e di approvvigionamento
delle materie prime sembrano aver determinato la nascita
di insediamenti abitati disposti lungo il corso del fiume,
probabilmente con funzioni di scalo e di immagazzinamento
delle merci che, proveniendo dagli approdi costieri (ed
in particolare da Pisa), potevano giungere sino alla zona
di Limite-Capraia-Montelupo, per proseguire, magari per
via di terra, verso il Pistoiese e "saltare" con
maggiore comodità la stretta della Golfolina, indirizzandosi
poi verso il territorio fiesolano. La costellazione di numerosi,
piccoli centri d'altura, articolati in un sistema di insediamenti
posti a distanza visiva l'uno dall'altro (La Fontina, S.
Romolo, La Falsettaia, La Golfolina, Montereggi e, ovviamente,
Artimino ), appare ben caratterizzato nel popolamento etrusco
d'epoca classica ed ellenistica. L 'abitato più importante
tra quelli stabiliti in tale periodo, eccetuato Artimino,
è al.momento quello di Montereggi di Limite, il
solo, tra l'altro, sin qui sottoposto ad indagine di scavo.
Il
poggio di Montereggi fu interessato da importanti lavori
di sistemazione dell'area tra V e IV secolo a.C., continuando
ad essere consistentemente abitato sino ali' ultimo quarto-fine
del II secolo a.C., momento in cui viene attuandosi la
penetrazione
romana, sfociata poi, nel primo ventennio del secolo successivo,
in confische ed occupazione violente, delle proprietà
dell'antica aristocrazia etrusca. Il procedere della colonizzazione
romana si accompagna a grandi trasformazioni del territorio,
con imponenti sistemazioni idrauliche ed agrarie che consentono
una stabile occupazione della pianura alluvionale empolese.
Il centro della nuova organizzazione dell'area viene spostandosi
presso l'attuale abitato di Empoli, ove nel 1984 sono venuti
in luce reperti archeologici che permettono di localizzare
inequivocabilmente il nucleo principale dell'abitato romano
entro il perimetro del successivo castello medievale; ricerche
ulteriori hanno tuttavia dimostrato che il popolamento si
estendeva anche a valle lungo la riva del fiume ove, con
ogni probabilità, erano collocati gli approdi fluviali.
Tale scoperta, inoltre, assegna un più preciso significato
alle testimonianze dell ' età romana rinvenute in
passato in tutta l'area del Medio Valdarno Fiorentino e,
in particolar modo, a quelle provenienti dalla pianura empolese.
La costruzione (o definitiva sistemazione) della strada
militare che univa i centri di Firenze e Pisa, attuata verso
il 123 a.C., accresce l'importanza anche del settore montelupino,
in quanto è qui che il percorso viario s'inerpica
sulla dorsale collinare per poi discendere, per la direttrice
Malmantile -Gangalandi, verso la piana fiorentina. In età
romana si diffonde il popolamento in borghi e villaggi nei
quali si raggruppa la popolazione rurale precedentemente
sparsa nelle campagne, dando forse luogo, in specie lungo
la VaI di pesa, anche a forme di sfruttamento intensivo
del suolo attuato con il siste- ma della villa rustica.
Tracce non indif- ferenti di questo popolamento e segnali
del permanere di un'attività economica di qualche
rilievo, come la diffusione di anfore prodotte localmente,
permangono nella zona del Medio Valdarno e della Bassa VaI
di Pesa sino. ad epoche tarde, come dimostrano i ritrovamenti
nel centro urbano di Empoli e l'abitato dell'Oratorio di
Limite, la cui frequentazione si spinge sino almeno al secolo
IV d.C.. Con l'inizio del Medioevo le tracce della presenza
umana si fanno più labili e di difficile lettura;
sappiamo tuttavia che tutta l'area continuò ad essere
popolata in maniera apprezzabile anche se vennero preferiti
i siti di altura a quelli di fondo valle, determinando spesso,
come nel caso di Montereggi, fenomeni di rioccupazione di
antichi abitati, già abbandonatiall'epoca delle grandi
trasformazioni romane. Questo fenomeno, 11 tuttavia, non
determina l'abbandono degli abitati romani che, anzi, continuarono
ad esercitare il ruolo di centri amministrativi (laici ed
ecclesiastici) di rilievo. Negli ultimi anni dell' VIII
secolo d. C. appaiono i primi documenti scritti che lasciano
intravedere le tipiche forme di organizzazione del territorio
secondo il sistema della curtis e del manso. e la costituzione
dei pivieri articolati in chiesa plebana e suffraganee.
Tra IX e XI secolo l'Empolese diviene una sorta di zona
di confine tra i potentati feudali dei conti Cadolingi,
dei Guidi di Pistoia e degli Alberti di Capraia; qui, inoltre,
s'intrecciano gli interessi territoriali di importanti cenobi,
quale il monastero di S. Savino di Pisa e di S. Bartolomeo
di Pistoia, destinati ad entrare in conflitto con il clero
secolare locale che si appoggia al vescovo fiorentino. Tra
la seconda metà dell'XI e la prima metà del
secolo seguente scoppiano inarrestabili i conflitti per
il dominio dell'area, che si aggravano anche per l'affacciarsi
di un'altro, potentissimo pretendente: il Comune di Firenze.
Una possibile alleanza in funzione anti-albertesca o, comunque,
l' ostile pressione fiorentina, consiglia già nel
1180 gli abitanti di Empoli e del circondario a sottoscrivere
un patto di sottomissione a Firenze che rappresenta la prima
documentazione giunta sino a noi dell'ingerenza della città
gigliata nelle vicende politiche del Medio Valdarno. Nel
1107, poi, come afferma Giovanni Villani, essendo Firenze
"molto montata e cresciuta di popolo, di genti e di
podere, ordinarono i fiorentini di distendere il loro contado
di fuori, e allargare la loro signoria". Il primo atto
dell'espansionismo fiorentino fu la presa del castello di
Monte Orlando, presso Gangalandi, e la sottomissione dei
feudatari che lo tenevano. Anche se non possediamo altra
documentazione in merito, è facile immaginare che
i fiorentini, dopo aver piegato i feudatari della zona,
si siano ben presto impadroniti della collina di Montelupo,
venendo così a contatto diretto con i Conti Alberti,
i cui possessi, incentrandosi sui castelli di Pontorme e
di Sammontana, si estendevano anche alla riva sinistra dell'
Arno. Nel 1120 scoppia il conflitto tra i Guidi e gli Alberti
per la successione nell'eredità di Matilde di Canossa
e per decidere a chi spetti la supremazia nel nostro territorio.
Mentre Guido Guerra fortifica ed ingrandisce Empoli (1119),
altrettanto debbono averfatto gli Alberti con Pontorme e
Capraia. Anche Montelupo, nel generale clima di espansione
degli abitati fortificati che contraddistingue la prima
metà del XII secolo, accrebbe probabilmente di molto
la sua consistenza, partendo forse da un piccolo nucleo
fortificato posto sulla sommità del colle a difesa
della strada pisana, cui faceva riscontro, nella parte bassa,
tra l'attuale abitato di Samminiatello e la foce del torrente
pesa, uno o più piccoli insediamenti privi di mura
che sono identificso dei popolani di Fibbiana, a pivieri
diversi. La decisione di fortificare ed ingrandire Montelupo
dovuta anche all'ostilità del conte Guido Borgognone
degli Alberti, alleato di Pistoia, che, dalla vicina Capraia,
minaccia dappresso le vie di comunicazione, viaria e fluviale
di capitale importanza per i traffici mercantiliCosì,
il nome stesso di Montelupo popolarmente fatto risalire
a quei tempi, in cui si sarebbe deciso di porre "un
lupo" (cioè il nuovo, agguerrito castello) a
guardia della vicina "Capraia". Raggiunta, tuttavia,
la pace con la consorteria albertesca, e consolidata ormai
la presenza sul Montalbano e nella pianura empolese (il
castello di Empoli, assieme a quello di Vinci ed altri possedimenti
feudali dei Guidi viene acquistato nel 1254, anche se la
vendita dovette esser ripetuta nel 1275), Montelupo rimane
saldamente nelle mani della Repubblica Fiorentina. Con l'organizzazione
amministrativa e giudiziaria del Contado che, sulla scorta
del Villani, si fa risalire all'epoca del cosiddetto "primo
popolo", cioè al primo governo popolare instaurato
in Firenze dopo la morte di Federico II, ma che fu probabilmente
attuata nei suoi particolari solo sul finire del XIII secolo,
Montelupo , diviene centro di una podesteria, cioè
di un tribunale giudiziario con competenzeati nella documentazione
scritta con il toponimo oggi scomparso di "Malborghetto".
Dell'espansione abitativa di Montelupo nel corso del XII
secolo è del resto prova indiretta la costruzione
della prioria di S. Lorenzo, che nella seconda metà
di questo secolo si affianca alla pieve di S.S. Ippolito
e Cassiano, già edifica,ta sul versante della Valdipesa
in connessione con un precedente tracciato viario alto medievale.
Direttamente sotto il controllo fiorentino, ma sempre vicina
al territorio albertesco, Montelupo si ribella nel 1203
all'autorità della città dominante e viene
distrutto. Firenze, però, in ragione dell'importanza
strategica del luogo, riedifica rapidamente il castello,
ampliandone anche l'area abitata, mediante il trasferimento
della popolazione circostante, anche se afferente, come
nel cacivili tenuto da un cittadino fiorentino, al quale
facevano capo anche funzioni di "ufficiale di governo".
Nel XIV secolo la podesteria di Montelupo si estendeva anche
alla sponda destra dell' Amo, sino a comprendere il territorio
dell'attuale comune di Limite (Limite, La Castellina, Capraia),
parte della Bassa VaI di pesa (piviere di S. Maria a Pulica)
e la comunità di Lastra a Signa. Nell'organizzazione
militare della Repubblica Fiorentina Montelupo era, assieme
a Pontorme, a capo di una lega estesa anche ai comuni rurali
di S. Maria a Sammontana e S. Michele a Quarantola. In quel
periodo, dopo la disastrosa alluvione del 1333, venne posto
mano al rifacimento delle mura del castello, completato
tre anni dopo, nel 1336, con un ampia addizione alla "terramurata"
di forma quadrangolare, sul tipo delle terre novae fiorentine,
che costituisce a tutt'oggi il nucleo fondamentale del centro
storico di Montelupo. Sin dalla fine del XIII secolo vennero
sviluppandosi nel castello attività produttive connesse
con la produzione della ceramica smaltata (maiolica) che
allora iniziava ad essere introdotta nell'area fiorentina.
Favorito dalla collocazione lungo la principale via d'acqua
della Toscana e dalla presenza delle materie prime occorrenti
alla lavorazione ceramica (abbondanza di acqua, legname
ed argilla, tratta inizialmente dai corsi d'acqua e dalle
vicine cave di Montespertoli), Montelupo si colloca rapidamente
tra i primi produttori di maiolica del Contado fiorentino.
Con la conquista di Pisa, avvenuta ne11406, si consolida
definitivamente questo sistema economico, favorito dalla
facilità con la quale i carichi di ceramica potevano
raggiungere il mare lasciandosi trasportare dalla corrente
dell' Arno. I vantaggi rappresentati dalla posizione geografica
di Montelupo e la vicinanza a Firenze, che si traduce anche
in importanti investimenti del capitale mercantile fiorentino,
determinano nel corso del Quattrocento una vistosa crescita
dell'attività ceramistica Montelupina la quale all'inizio
del secolo successivo, può dirsi quatitativamente
la maggiore dell'intera "Toscana, configurandosi anche
tra le più cospicue dell'intero bacino del Mediterraneo.
L 'inizio delle indagini finalizzate alla ricostruzione
con metodo archeologico della produzione ceramica di Montelupo
data al 1973, anno in cui, dopo molti ri- trovamenti ai
quali non era stato prestato interesse, venne deciso di
procedere al metodico svuotamento di un grande pozzo idrico,
abbandonato in antico e successivamento usato come discarica
dalle locali fornaci. I materiali ceramici (per la stragrande
maggioranza maioliche) del primo trentennio del Cinquecento
che venivano via via portati alla luce dallo scavo di quello
che fu battezzato come "pozzo dei lavatoi" (su
di esso, infatti, erano stati costruiti in epoca contemporanea
alcuni lavatoi pubblici) portò la ceramica di Montelupo
all'attenzione degli studiosi, segnalandola in particolar
modo ai pionieri dell'archeologia postclassica italiana.
Le prime mostre dei reperti di scavo restaurati del "Pozzo
dei lavatoi" (1977-78), curate da G.Vannini, rappresentarono
così una sorta di rivelazione, che inaspettatamente
giungeva ad attribuire nuovo valore alle precedenti ricerche,
condotte con metodo antiquario, ma precisate da un'ampia
messe di documentazione archivistica, che pochi anni prima
(1973) erano state date alle stampe da G.Cora. L 'ininterrotta
pratica di scavo, intensificata dopo la costituzione del
primo nucleo museale dedicato alla ceramica nel 1983, ha
consentito di disporre oggi di una vastissima documentazione
materiale a testimonianza delle più importanti fasi
produttive di questo centro ceramico, che fu certamente
tra i maggiori dell'intero bacino del Mediterraneo nel periodo
che intercorre tra il primo quarto del XV secolo e la fine
del Cinquecento. I reperti di scavo attestano di una prima
produzione in maiolica arcaica, svolta secondo i canoni
della coeva attività ceramica diffusa nel Contado
fiorentino, che è possibile datare almeno all'inizio
del XIV secolo. In questo primo periodo predominano le forme
chiuse (boccali trilobati), affiancate da una più
modesta presenza di ciotole, bacili e rinfrescatoi. Le decorazioni,
sempre in verde-ramina e bruno-manganese, sono assai semplici,
comprendendo soprattutto un repertorio ricco di motivi vegetali
e geometrici stilizzati. Caratteristico di questa prima
fase è il riempimento tramite barratura (definito
anche "a graticcio") dell'interno delle decorazioni.
Nella seconda metà del Trecento, in armonia con quanto
avviene in altri centri di fabbrica toscani, la maiolica
arcaica decade a genere usuale, mentre la produzione di
lusso si incentra su una nuova tipologia, la zaf fera a
rilievo, che utilizza, oltre al bleu cobalto, una più
raffinata tecnica di fabbricazione del corpo ceramico, spesso
ottenuto con argille a basso contenuto di ossido di ferro
che assumono un colore chiaro dopo la cottura. Questo tipo
di pasta, probabilmente realizzata mediante lavorazione
di tele importate dal Senese, andrà generalizzandosi
nell' attività delle botteghe ceramiche Montelupine
sino ai primi decenni del Seicento, allorquando verranno
reintrodotte in misura sensibile le argille locali ferrose.
Con l'inizio del XV secolo mutano notevolmente i canoni
della produzione ceramica, nella quale prepdono gradualmente
il predominio le imitazioni dei decori spagnoli, ricavate
in particolar modo dalle tipologie di area valenzana (Paterna
e Mani- ses). In questo periodo nell'attività delle
botteghe ceramiche di Montelupo si no- ta una fase di forte
espansione,che si av- verte anche nell'accentuata diversifica-
zione dei prodotti. A fianco delle imita- zioni spagnole
(maiolica italo-moresca), infatti, incontriamo altri generi
quali la "famiglia verde", che costituisce una
sorta di commistione tra influenza iberi- ca ed evoluzione
finale della maiolica ar- caica, della quale si ripete il
cromatismo verde-bruno, con l'aggiunta di nuovi pig- menti
come l'arancio ed il giallo. Trovia- mo inoltre prodotti
più economici privi di decorazione, con artifici
tecnici, qua- li la stesura di un sottilissimo velo d'in-
gobbio sul biscotto, volti ad utilizzare coperture del corpo
ceramico a basso contenuto di stagno. La progressiva com-
plicazione dei generi decorativi si accentua sempre di più
nel corso del Quattrocento, concretandosi in generi che
pur rifacendosi allo stile goticizzante delle maioliche
spagnole, preferiscono utilizzare motivi di elaborazione
locale, realizzati in un cromatismo sempre più vario
ed accentuato. fiorentini.
Nell'ultimo ventennio del xv secolo si attua poi una sorta
di rivoluzione che coinvolge forme e decori i quali risentono
ormai dell'in- cipiente clima rinascimentale; all'accen-
tuata ricerca di realismo delle parti figurative della
rappresentazione
pittori- ca corrisponde una più razionale dispo-
sizione dei motivi di contorno ed una accentuata varietà
delle forme vascola- ri, tra le quali si diffonde sempre
di più, in ragione del nuovo costume di stare a mensa
il piatto individuale. Gli anni tra Quattro e Cinquecento
vedono, in Mon- telupo come nei maggiori centri cerami-
ci italiani, 1 'irruzione dei motivi rinascimentali. Dai
dacori della prima fa- se, quali la floreale gotica, l'occhio
del- la penna di pavone e la palmetta persiana, si passa
rapidamente all'imitazione della porcellana, alle embricazioni,
ai tipi che appaiono di più diretta elaborazione
locale, quali quelli detti "ad ovali" ed "ovali
e rombi", al "reticolo puntinato", al "bleu
graffito" etc.. La straordinaria fioritura del primo
periodo rinascimentale comincia a segnare il passo alla
metà del XVI secolo, in connessione con il diffondersi
delle tipologie "compendiarie", caratterizzate
dal rarefarsi della decorazione, che spesso rifiuta l'accentuato
colorismo del periodo precedente per volgersi ad un prevalente
uso del bleu utilizzato in toni pallidi e liquidi. In questo
periodo lo scambio tra centri di fabbrica si fa più
evidente rispetto alla fase precedente, ed a Montelupo si
nota l'impiego eclettico di contorni tratti dal repertorio
di altri centri di fabbrica, quali quelli liguri (Savona
ed Albisola), veneti, nonche l'imitazione di generi "compendiari"
elaborati dalle botteghe faentine. Con la fine del Cinquecento
inizia a profilarsi nel centro valdarnese un periodo di
progressiva crisi che conduce le fornaci locali ad una drastica
riduzione dell'attività, sino a stabilizzare, nel
corso del Settecento, la produzione su livelli piuttosto
bassi, con una qualità che risente sempre più
dell'attrazione verso un prodotto dalle caratteristiche
ormai omologhe alla comune stoviglieria. Il Seicento, il
secolo che tradizionalmente veniva indicato come il periodo
iniziale delle attività ceramiche Montelupine, è
quindi piuttosto quello che, specie nella sua seconda metà,
porta a fine una tradizione piurisecolare. Di questa fase
sono noti i generi figurati su fondo giallo carico, detti
impropriamente "arlecchini", estrema evoluzione
dei figurati cinquecenteschi, e quelli "a foglie",
derivati dalla produzione ligure, ben conosciuti soprattutto
nelle produzioni farmaceutiche. Alla progressiva crisi della
maiolica corrispondente un forte sviluppo (che però
non sembra averne colmato i vuoti) della ceramica ingobbiata
e graffita, introdotta a Montelupo già nell'ultimo
trentennio del Quattrocento, ma sviluppatasi in quantità
veramente apprezzabili solo all'inizio del XVII secolo.
Oltre la graffita gli scarichi di fornace seicenteschi restituiscono
copiosamente un altro genere ceramico: la marmorizzata,
che pare assumere nel corso del Seicento un ruolo di primo
piano nel panorama produttivo delle fornaci di Montelupo.
Graffita e marmorizzata, purtroppo praticamente indistinguibile
dai coevi prodotti degli altri centri ceramici del Valdarno
(Pisa, Fucecchio, Pontorli1e, etc.), marcano evidentemente
i tempi di una crisi produttiva che nel nostro caso colpisce
soprattutto i generi smaltati, più raffinati e costosi.
Nel Settecento la documentazione archivistica, assai abbondante,
non censisce più che sei fornaci ancora in attività:
ben poco nei confronti delle decine documentate nel periodo
di maggiore sviluppo (nel 1497 un solo mercante, Francesco
Antinori, aveva stipulato un contratto per l'acquisto per
tre anni dell'intera produzione di ben 23 maestri vasai
di Montelupo). Tra Sette ed Ottocento le attività
ceramistiche locali s'incentrano soprattutto sulla fabbricazione
di pentolame da cucina, catini, scaldini, terrecotte (orci,
conche) che, nonostante la povertà' , intrinseca
del prodotto, consentono il mantenimento a Montelupo e nella
vicina Capraia, soprattutto nel settore della foggiatura
dei manufatti, della manualità connessa con la produzione
ceramica. Con l'inizio del decollo industriale (1880-90)
successivo all'unificazione italiana, vengono sviluppandosi
a Capraia i primi sintomi di ripresa di un'attività
qualitativamente più alta. Nei primi anni di questo
secolo, poi la manifattura Fanciullacci, già attiva
sull'altra sponda del fiume, viene trasferita a Montelupo:
qui la nuova azienda svolgerà una funzione trainante,
contribuendo sostanzialmente alla nuova fioritura della
produzione ceramica in Montelupo. La lunga crisi delle attività
ceramiche montelupine, non sorrette dal mecenatismo pubblico
o privato, ha contribuito tuttavia a cancellare dalla memoria
storica ogni accenno circostanziato allo spessore ed all'importanza
di questo centro ceramico. L'assenza di qualsiasi forma
di storiografia locale, dovuta alla mancanza di ceti culturalmente
impegnati, in grado di instaurare un legame profondo e duraturo
con la propria comunità, ha lasciato per molti anni
le vicende connesse con la produzione ceramica di Montelupo
nelle nebbie favolistiche del romanzo del Botti (1809) sui
"boccali di Montelupo". Nessuno, in particolare,
si è curato di raccogliere ed ordinare i frammenti
ceramici che, copiosissimi, venivano emergendo dal sottosuolo.
E' così che dopo una prima fase di studi fondati
sulla documentazione d'archivio (G. Milanesi, 1901) e d'indagine
antiquaria (G .Cora, 1973), sarà solo l'inizio dell'attività
di scavo condotta sul posto a restituire la documentazione
essenziale per ricostruirne le complesse vicende. L'attività
di ricerca archeologica in Montelupo ha favorito l'instaurarsi
di una pratica di donazioni a favore dell'istituendo museo.
Queste donazioni, inizialmente incentrate, dato il carattere
del museo stesso, sulle ceramiche Postclassiche, sono venute
arricchendosi poi, contemporaneamente alla creazione delle
parti dedicate all'archeologia del territorio, con materiali
assai più. antichi. Tra i generosi donatori che hanno
concesso, in tutto od in parte, le loro collezioni al Museo
Archeloogico e della ceramica di Montelupo sono da ricordare
F. Giuntini Antinori, s. Posarelli, L. Verdiani, P. Azzati,
L. Bertini. Molti altri hanno contribuito con donazioni
minori, ma pur sempre significative, di manufatti d'interesse
archeologico o storico-artistico provenienti dall ' area
montelupina; questi ultimi, ovviamente, sono stati inseriti
nel percorso archeologico del territorio od in quello della
ceramica di Montelupo. I materiali provenienti da altri
ambiti territoriali che rappresentano un 'importante riferimento
a culture e tradizioni produttive diverse da quelle locali,
sono esposti in una apposita sala che è stata dedicata
alla memoria del dr. Paolo Azzati, essendo in pratica la
sala omonima allestita per stragrande maggioranza con ceramiche
e metalli facenti già parte della sua collezione.
L 'esposizione della "sala didattica della ceramica
antica Paolo Azzati" si incentra su due filoni diversi
(ceramica antica e ceramica postclassica, a sua volta suddivisi
in "area mediterranea" e "area italica"
(è ovviamente "italiana"). I materiali
della sala Azzati si dispongono in arco diacronicoassai
dilatato, così come assai differenziate appaiono
le provenienze dei vari manufatti ceramici.
AI II millennio a.C. sono riferibili vasi dipinti di area
cipriota e greci di ambito miceneo (vetrina 2), elaborati
con tecnologie estremamente superiori a quelle utilizzate
in Italia ancora un millennio più tardi: tale differenza
tecnologica si può osservare nelle ceramiche di area
laziale databili al IX-VIII secolo a.C. (vetrine 6,7 e 9).
Fra la seconda metà dell'VIII ed il VII secolo a.C.,
nel periodo orientalizzante, ceramiche tornite e dipinte
si iniziano a produrre anche in Italia (vetrina 12) nonostante
il perdurare delle tecnologie precedenti, applicate a forme
vascolari diverse rispetto al pas- sato (vetrine 7, 8 e
10). Dagli stessi contesti dei tipi ora citati provengono
probabilmente anche i buccheri etruschi, forse qualcuno
fra i vasi d'importazione greca (protocorinzia, corinzia,
grecoorientale ed attica) esposti nelle vetrine 3 e 4 così
come le ceramiche etrusco-corinzie (vetrina 15) prodotte
in Etruria da ceramisti greci e dalle loro scuole, o comunque
ad imitazione del vasellame importato. Anche altri importanti
fenomeni della ceramica antica sono presenti nella collezione,
come le ceramiche daune (Puglia settentrionale: vetrine
16 e 17), quelle italiote, prodotte nelle colonie greche
dell'Italia meridionale ad imitazione dei vasi della madrepatria
o come creazioni autonome (vetrine 18 e 19): completano
il quadro (vetrina 21) terrecotte votive ed architettoniche
prelevate almeno in parte in aree 'Sacre etrusco-meridionali
e/o laziali, ed oggetti in bronzo databili dal IX secolo
a.C., probabilmente pertinenti ai corredi di provenienza
dei vasi protostorici citati in apertura. Per quanto riguarda
il Medioevo ed i secoli successivi, a fabbriche altolaziali
è attribuibile un cospicuo insieme di ceramiche smaltate
databili dal XIV al XVII secolo (vetrine 24, 25, 27), che
documentano alcune delle più note tipologie ivi prodotte
fra tardo-medioevo ed età moderna (maiolica arcaica,
maioliche rinascimentali e postrinascimentali): nella vetrina
23 si trovano invece ceramiche invetriate ed acrome (secoli
XIII-XV) sempre alto-Iaziali e maiolica arcaica di manifattura
umbra (secoli XIII-XIV). A fabbriche diverse, per lo più
toscane ma anche padane, si possono riferire le ceramiche
graffite Policrome della vetrina 29 (secoli XV-XVII), testimonianti
produzioni che solo gli studi degli ultimi anni stanno mettendo
a fuoco. La vetrina 31 raccoglie, infine, un ricco campionario
di maioliche di Deruta, dal XVI al XVIII secolo (vedi, pannello
esplicativo), mentre nella n 32 sono esposte maioliche medievali
spagnole (le cosidette "hispano-moresche") al
lustro metallico e blu cobalto e vari manufatti ceramici
di epoche e provenienze diverse. AlI 'inizio del percorso
storico della ceramica di Montelupo è allestiia una
saletta espositiva nella quale, tramite pannellature e modelli,
sono descritte le tecniche e le strumentazioni impiegate
in età preindustriale (ma in uso ancora sino a poche
decine d'anni or sono nelle aree produttive debolmente industrializzate)nel
processo di fabbricazione della ceramica. L 'esposizione
si articola su quattro argomenti principali: a) l'argilla
(composizione, depurazione e foggiatura); b) i rivestimenti
e colori; c) le fornaci e la cottura dei manufatti; d) la
decorazione. Un pannello grafico ed un plastico consentono
di ricondurre a sintesi i processi e le strutture singolarmente
analizzate nel percorso. Lo scopo didattico della realizzazione
è quello di permettere una lettura più approfondita
dei manufatti presentati al pubblico come documentazione
storica dell' attività delle botteghe e delle fornaci
di Montelupo e di altri centri di fabbrica, inducendo nei
visitatori maggiore consapevolezza circa le particolarità
tecniche di lavorazione delle classi ceramiche (ad. es.le
maioliche e le ingobbiate) e delle metodologie produttive
(ad.es.il lustro metallico,la foggiatura a tornio ed a matrice,
etc.). La saletta dedicata alla tecnologia della ceramica
preindustriale rappresenta lo sviluppo di un progetto avviato
allo studio sperimentale nel 1983; essa, inoltre, fa riferimento
ad altre aree d'informazione e di servizio (sala didattica'
'Ezio Tongiorgi") ed alle varie metodologie di approfondimento
previste (consultazione diapositive, video-nastri, biblioteca,
fototeca). La morfologia della ceramica ed i suoi diversi
impieghi sono a loro volta affrontati in un'apposita area
didattica, connessa con la saletta tecnologica. Il percorso,
da considerare ancora allo stadio sperimentale, suddivide
l' "universo della ceramica" in vari settori funzionali,
comprendenti il vasellame da mensa, quella da cucina, la
ceramica decorativa, da conservazione e da trasporto, da
illuminazione (lucerne, candelieri) e devozionale. All'interno
dei settori così delineati si cercano di cogliere
i fondamentali dati evolutivi delle singole categorie di
prodotti. Emergono così le particolarità morfologiche
connesse all'uso dei manufatti ceramici. Molto spesso indotte
dai cambiamenti sociali e culturali (in senso antropologico)
che hanno attraversato la società toscana (o, più
in generale, quelle dell'ltalia centro settentrionale) del
tardo Medioevo e dell'intera Età moderna. SALA DIDATTICA "EZIO TONGIORGI" Servizi
video e di consultazione audiovisuale I servizi didattici
non collocati all'interno del percorso espositivo sono
inseriti
nella sala didattica dedicata alla memoria di Ezio Tongiorgi,
eminente fisico e geologo dell'ateneopisano, che fu grande
appassionato di storia della ceramica e contribuì
in maniera decisiva alla redazione di un progetto didattico
per il museo di Montelupo. Anche la sala didattica "Ezio
Tongiorgi" costituisce una prima approssimazione di
un intervento di più vasto respiro che dovrà
attuarsi in spazi più grandi rispetto a quelli attualmentei
disponibili. In quest'area è adesso possibile effettuare
proiezioni di videonastri per gruppi scolastici o per singoli
interessati mediante una centrale di smistamento che consente
di combinare la diffusione, articolandola sino all'emissione
di quattro diversi programmi in contemporanea. Oltre allo
spazio per le proiezioni di gruppo, sono inseriti nella
sala didattica due diaproiettori a schermo incorporato
che
permettono un'agevole consultazione della fototeca del
museo.
SERVIZI VARI Nella sala "Ezio Tongiorgi" è
collocata anche la biblioteca che si articola in un fondo
librario (in via di formazione) specializzato in archeologia
(preistorica, classica, medievale) ed in storia della ceramica
e del vetro. Presso la biblioteca è possibile consultare
anche l'archivio delle marche di fabbrica di Montelupo,
gli atlanti delle forme ceramiche montelupine ed i regesti
dei documenti d'archivio attinenti la produzione ceramica
di Montelupo. Gli studiosi, inoltre, possono prenotare
la
consultazione del deposito dei reperti di scavo. Per accedere
a i tali servizi occorre prenotare, anche telefonicamente,
con almeno ventiquattro tore di anticipo. Gli interessati,
inoltre sono tenuti ad osservare le norme di regolamento
che disciplinano il pubblico l' accesso a tali servizi. LABORATORIO DI RESTAURO In attesa dell'entrata in
funzione del Centro Direzionale e Servizi di Via XX Settembre,
in corso di ristrutturazione, le attività di restauro
delle ceramiche vengono svolte presso il Centro Operativo
per gli Scavi Archeologici di Via dei Pozzi. Il Centro è
affidato al Gruppo Archeologico di Montelupo, ed in esso
vengono svolte, in collaborazione con la Soprintendenza
Archeologica per la Toscana, tutte le operazioni di trattamento
dei reperti successive allo scavo archeologico, quali inventariazione,
lavaggio, consolidamento, siglatura, assemblaggio dei frammenti,
reintegro delle parti mancanti. Il Centro Operativo per
gli Scavi Archeologici ed il relativo Laboratorio di Restauro
possono essere visitati, e previa prenotazione, da singoli
o da gruppi interessati, che verranno guidati nella visita
da uno o più esperti del Gruppo Archeologico di Montelupo.
La visita è gratuita.
Questo documento è stato gentilmente offerto, per
la pubblicazione, dalla Fondazione Museo Montelupo.
Un ringraziamento particolare va al Direttore della Fondazione
Paolo Pinelli e al Sig. Gabriele Migliori, Tecnico del Museo.
Visita il sito ufficiale http://www.museomontelupo.it |
Orario:
dalle ore 14,30 alle ore 19,00 Lunedì Chiuso
(aperto su prenotazione per scuole e gruppi turistici)
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