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Speciali

Lamole e l'esperienza di P.Socci

Il Castello delle Stinche

Fra la Val di Pesa e la Val di Greve, i resti del castello sono rimasti sepolti sul dorso del monte omonimo il cui fianco orientale pende sul fiume Pesa e l'occidentale sul fiume Greve.
Il Castello delle Stinche dei nobili Cavalcanti di Firenze seguaci del partito ribelle dei Ghibellini, fu nel 1304, dal Comune di Firenze, conquistato e distrutto. Gli abitanti del castello furono portati a Firenze e messi nelle nuove carceri dal nome "delle Stinche".
Il Buoninsegni dichiarò che nel 1452 il castello fu ristrutturato. Il popolo di S.Piero delle Stinche fin dal 1632 fu riunito, per decreto vescovile, a quello di S.Martino a Monte Rinaldi.

La tutela del paesaggio da vincolo a risorsa: l’esperienza di Lamole (P. Socci) -  Fattoria di Lamole

Fattoria di Lamole - VignetoA 600 metri di altezza, abbarbicato sulle falde del S. Michele (la vetta del Chianti), Lamole offre anche oggi un paesaggio circondato da boschi che si aprono per dar spazio a piccoli villaggi di antiche case e ad un tessuto di lingue di terra ordinate in terrazzi sorretti e delimitati da muretti a secco. Lingue di terra, piccole lame, alla latina “lamulae” probabilmente all’origine del nome del luogo.
Un luogo antico che, anche senza scomodare i soliti etruschi, sicuramente affonda le sue radici nell’alto medio evo e deve la sua fama ad un paesaggio suggestivo, ad un microclima temperato ed al fatto di essere una delle culle della viticoltura chiantigiana.
Mi è stato chiesto di parlare della esperienza di Lamole e vorrei farlo pensando anche al passato: alla tradizione ed alle esperienze dei secoli scorsi quando confrontarsi con un ambiente difficile per “antropizzarlo”, per adattarlo alle proprie necessità, non era certamente più facile di oggi.
Spero possa avere un qualche interesse ripercorrere la tradizione di Lamole come sede di un’attività agricola con caratteristiche diverse da quelle di altre zone della Toscana ed anche dello stesso contado fiorentino.
Fino a 50 anni fa l’agricoltura di Lamole era caratterizzata da una utilizzazione quasi esasperata degli spazi disponibili.
Gli spazi coltivabili erano stati conquistati con sistemazioni molto impegnative frutto del lavoro di centinaia di persone e di una tecnica affinata nei secoli. Si era trattato di un’opera di conquista che richiedeva per sopravvivere una scrupolosa manutenzione. L’ostacolo ambientale di gran lunga più importante era ed è la pendenza del terreno mediamente superiore al 30% e spesso oltre il 50%. La realizzazione dei terrazzamenti consentiva di “rimettere in piano” il terreno, rendendolo coltivabile. Ma per trattenere quella terra sciolta, fine come cipria era necessaria anche una capillare regimazione delle acque che consentisse anche agli scrosci più impetuosi di essere assorbiti dal terreno senza asportare quel suolo prezioso.
Una rete di acquidocci intersecava e raccordava i terrazzamenti, ma tutto lo scasso, lo scasso reale, era finalizzato alla sistemazione del suolo ed alla regimazione superficiale e profonda delle acque. Si apriva una fossa, larga un metro e fonda un metro, scavando col piccone e spesso con le mine, poi a fianco di questa un’altra uguale separando la terra dai sassi. I sassi così scelti si disponevano sul fondo della prima fossa accomodandoli per formare una fogna: “la gattaiola” (sembra infatti che il collaudo della pervietà del canale si facesse spingendovi un gatto e verificando che fosse in grado di uscire dall’altra parte). Sopra alla fogna si disponevano ancora sassi con dimensioni decrescenti risalendo verso la superficie.
Il drenaggio arrivava ad avere uno spessore che poteva sfiorare anche i 50 cm.
Al di sopra infine si metteva la terra che spesso mancava e si era costretti a portare col corbello dagli appezzamenti vicini.
Se la terra mancava, i sassi avanzavano sempre e, per non essere costretti ad allontanarli, si suddivideva l’appezzamento avvicinando i muri fra loro e creando terrazze con larghezza di pochi metri.
E qui il premio a tante fatiche: perchè quella roccia, che aveva rappresentato un ostacolo così duro, suddivisa in pietre squadrate ed ordinata in muretti diveniva un prezioso alleato nella maturazione dell’uva cedendo nella notte ai pochi grappoli delle tante viti basse, Fattoria di Lamole - Fase di vendemmiaallevate ad alberello, il calore accumulato durante il giorno.
Allora infatti, vino buono significava alta gradazione che conferiva serbevolezza ed esaltava i contenuti aromatici che Lamole ha, da secoli, fama di vino pregiato; Lamole è stato ed è tuttora sinonimo di vino pregiato
Nei miei ricordi di bambino è rimasto come scolpito quel paesaggio di muretti, di viti allineate con i pampini rialzati come in una sorta di pettinatura fissata con nodi di paglia d’avena al palo di castagno.
E ricordo le amiche della nonna che, venendo a Lamole, lo definivano la Svizzera del Chianti colpite da tanto rigoroso ordine, dalla suggestione dei colori che dal viola pallido dei giaggioli di inizio maggio, unendosi al verde brillante delle viti, all’argento degli olivi, ai colori più cupi del bosco e via via fino ai gialli e rossi della maturazione, si accordavano in ottobre in una sorta di sinfonia cromatica.
E’ del 1956 il primo premio regionale e provinciale, quale grande azienda specializzata, assegnato alla Fattoria di Lamole nel concorso nazionale della produttività indetto dal Ministero dell’Agricoltura.
Alla metà degli anni 50 inizia però l’esodo dei mezzadri, spinti verso la città da una rivoluzione sociale che conferisce all’operaio della fabbrica una dignità superiore a quella del contadino.
Ricordo l’apprensione che accoglieva il bussare all’uscio dello scrittoio la sera del 31 di luglio: significava quasi sempre la disdetta da parte di un mezzadro.
Inutile la ricerca di un nuovo occupante del podere e quindi obbligato il ricorso alla conduzione diretta, all’introduzione di macchine che, progettate per ambiti molto diversi, costringevano a manomettere quella rete di muretti e acquidocci e spesso al forzato abbandono di vigneti che producevano qualità in siti inaccessibili.
Ricordo un convegno di esperti convocati al capezzale del malato che, con prognosi infausta, previdero un futuro di rimboschimento e allevamenti ovini.
Strada effettivamente percorsa negli anni 60, limitata fortunatamente ai terreni più alti.
Fattoria di Lamole - SgrappolatriceNei primi anni 70, dopo un periodo dedicato soprattutto alla ricomposizione fondiaria di una proprietà molto frazionata, si pone mano alla ricostruzione dei vigneti.
Con l’obbiettivo della meccanizzazione, che soffre delle pendenze trasversali al senso di marcia, si opta per la piantagione a rittochino, abbandonando il girapoggio (secondo le curve di livello).
Con qualche timore, ma rassicurati dai tecnici predicatori della new age, vengono destinate ai nuovi impianti solo le aree meno declivi, quelle con i muri più bassi e, adoranti verso i bull-dozer spianiamo poggetti, riempiamo avvallamenti, sotterriamo i muri, sconvolgiamo la rete di acquidocci.
I vecchi vigneti sui terrazzi meno accessibili vengono abbandonati di anno in anno, messi fuori gioco dal crollo dei prezzi del vino che rende difficile recuperare i costi di produzione anche negli impianti suscettibili di meccanizzazione quasi completa.
Fra i pochi insegnamenti della tradizione recepiti anche nei vigneti degli anni 70, sono da sottolineare una densità di impianto un po’ maggiore di quella allora in uso e l’utilizzo di vitigni prelevati dai vecchi vigneti e impiantati franchi di piede per ridurne la vigoria ed esaltarne le caratteristiche organolettiche.
La crisi vinicola degli anni 70, aggravata dall’inflazione al 20% annuo, provoca un rapido esaurimento delle risorse finanziarie che costringe a vendere i gioielli di famiglia, in questo caso le case coloniche, ed alla ricerca di altre attività per sopravvivere.
L’avvento della DOCG nella metà degli anni 80 e l’inizio di ripresa del mercato vinicolo, consentono di ricucire alcune ferite.
Dal bilancio degli anni precedenti emerge tutta la dimensione dell’errore fatto nel voler considerare la viticoltura come l’unica risorsa disponibile.
E’ necessario affiancare alla vite, alla cui coltivazione questo territorio sembra particolarmente vocato, anche altri raccolti. Non necessariamente di carattere agricolo.
Anche il vino è intanto profondamente cambiato: non nelle caratteristiche chimico fisiche ed organolettiche, ma sicuramente nella percezione del consumatore.
Il bracciante che 50 anni fa affrontava armato di piccone i sassi di Lamole, passava tutte le mattine, prima di iniziare il lavoro, a ritirare dal cantiniere il fiasco –razione giornaliera- di vino.
In quel fiasco di vino c’era la quantità di calorie necessaria per essere tradotta in lavoro muscolare.
Oggi la funzione del vino, dimenticate le motivazioni energetiche e forse anche quelle alimentari, è di natura edonistico – culturale, bere vino è spesso un sottile piacere intellettuale che crea una particolare sintonia fra chi gusta il vino e l’ambiente che lo produce.
Bere un vino che appaga i sensi significa spesso celebrare una sorta di rito evocativo che riporta alla mente il paesaggio, le tradizioni, la storia, la cultura del territorio che lo produce.
E l’alberello?
La riscoperta dell’alberello, avvenuta in questi ultimi anni, è stata inizialmente frutto di valutazioni estetiche. L’avvio dell’attività agrituristica ci ha fatto trovare un secondo raccolto da affiancare alla vite. Abbiamo così scoperto che fra le risorse produttive disponibili potevamo considerare anche il paesaggio che ci circonda. Se per caso o per scelta oculata siamo riusciti a salvaguardare quegli alberelli e quei terrazzi che le generazioni precedenti avevano realizzato, oggi questi rappresentano una delle maggiori attrazioni che possiamo offrire ai nostri ospiti.
La curiosità di vinificare separatamente le uve di queste vecchie piante, nuovamente allevate con cura, ci ha fatto ritrovare un vino straordinariamente piacevole.
Se sul piano tecnico impiantistico possiamo ritenere risolti i maggiori problemi di riutilizzo dei terrazzamenti, dal punto di vista Fattoria di Lamole - Tino in acciaioeconomico, l’incidenza del costo di restauro, di adattamento e di manutenzione di questi terreni non trova equilibrio nel sia pur elevato valore del vino che vi si produce.
Un ultimo accenno sul recupero del paesaggio riguarda il bosco che a Lamole interessa più del 70% del territorio.
L’abbandono degli anni 50 ha interessato anche l’utilizzazione del bosco.
Un bosco che un’antropizzazione millenaria aveva condotto al governo a ceduo e che forniva alla comunità locale combustibile, legname da opera (castagno) utilizzato nella viticoltura e nell’edilizia rurale e pascolo per il bestiame.
Un bosco che, abbandonati i turni di ceduazione e avviato ad alto fusto da un malinteso ecologismo, si sta ammalando e versa, salvo poche eccezioni in uno stato di grave degrado.
Studi e prove recenti hanno messo in luce la possibilità di destinare il ceduo alla produzione di biomassa vegetale per produzione di energia. Il progetto della Fattoria di Lamole

Negli ultimi decenni, la vendemmia a Lamole è stata anticipata rispetto alle date tradizionali . Nel passato la Fattoria di Lamole che possedeva vigne nei poderi di Pile (Casole) e a Lamole, iniziava la vendemmia il 15 di Ottobre a Casole a il 20 di Ottobre a Lamole. I giorni di vendemmia erano anche minori, visto anche l'apporto di manodopera maggiore, ma spesso si finiva la vendemmia dopo Ognissanti. Oggi è sempre più difficile trovare personale e pertanto i tempi si allungano. Fra i vecchi appunti degli antenati c'è un detto "Prima si battono i marroni e poi si vendemmia". Quindi; prima si colgono le castagne e poi andiamo a vendemmiare. Oggi con l'appoggio della scienza si è potuto verificare che la maturità zuccherina non sempre coincide con la maturità fenolica. La pianta e il grappolo sono in grado di dare il massimo almeno una settimana dopo, aver raggiunto la maturazione zuccherina. Quindi il ritardo della vendemmia a Lamole aveva una finalità ben precisa. L’annata 2002 ha avuto un andamento stagionale molto anticipato e le copiose piogge estive costringono ad anticipare la vendemmia, che comunque nella fattoria di Lamole è agli inizi mentre intorno è già terminata.

Le caratteristiche che hanno reso famoso nei secoli il vino di Lamole non erano quelle di grandissima corposità, ma di finezza e ricchezza di profumi. La gradazione alcoolica era comunque elevata grazie anche al accumulato dai muretti a secco ed alla forma di allevamento ad alberello, tipica della tradizione di Lamole, che consentiva ai grappoli vicini al terreno di ricevere ulteriore calore.

L'altitudine contribuiva ad esaltare i profumi fra i quali, tipico del vino di Lamole, quello di mammole.

Cosa sta facendo oggi il Paolo Socci per riportare ai vecchi profumi e alle vecchie caratteristiche il vino di Lamole?
Prima di tutto sono stati selezionati i cloni tipici del Sangioveto di Lamole, reimpiantati franchi di piede (senza l’innesto con la vite americana); si è poi scelta una conduzione del vigneto con produzioni molto limitate (40-50 q.li di uva ad ettaro); sono stati restaurati alcuni piccoli vigneti allevati ad alberello di oltre 70 anni di età ed infine sono stati impiantati nuovi vigneti sperimentali.

Dal 2002 è stata riaperta una piccola cantina dove le uve vengono vinificate, con funzioni sperimentali ed in assoluto rispetto della tradizione, salvo avere recipienti in acciaio inossidabile invece che di legno.

Il proposito è di condurre quattro test sul vino rosso e due test sulle uve bianche.
Per le uve bianche si è usciti dalla tradizione, in quanto il bianco non è caratteristico di Lamole.

Una decina di anni fa sono stati impiantati a 700 mt di altezza, sul terreno del Castello delle Stinche, vitigni di Chardonnay e Sauvignon con il fine di verificare se si poteva recuperare con la quota quello che si perde con la latitudine. Precedenti tentativi con questi vitigni, impiantati nella Toscana costiera avevano dato infatti vini assolutamente fiacchi e privi di profumi, il tentativo della fattoria di Lamole, è di recuperare, e possibilmente valorizzare, le caratteristiche originarie di questi vitigni.
Quest'anno (2002) sono state vinificate separatamente piccole quantità di Chardonnay e di Sauvignon, "l'emozione più forte è stata nel constatare che i profumi si iniziano a sentire", ci dice Paolo Socci.
Per quanto riguardano i test sulle uve rosse, continua Socci, riguardano i vitigni franchi di piede, già impiantati in azienda circa trenta anni fa, come la tradizione di una volta. Di questo abbiamo già fatto la raccolta e stiamo facendo la vinificazione in questi giorni. Oggi, (13 Ottobre 2002), stiamo raccogliendo per il test di vinificazione dell'alberello, viti di circa 70 anni.
Un terzo test è quello sulle uve con cui tradizionalmente veniva fatto per il classico vino di "casa". Quello che veniva fatto per uso e consumo domestico.
Il quarto ed ultimo test è rivolto a vitigni di Merlot analogo a quelli sulle uve bianche.

I profumi di Lamole 13.07.2002

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